Madonna del Melograno

Sotto il nome di ‘Pseudo Pier Francesco Fiorentino’ si raccoglie un cospicuo corpus di opere realizzate da un anonimo maestro fiorentino e dalla sua bottega che, nella seconda metà del XV secolo, furono intensamente attivi nella produzione di raffinate composizioni tratte dal repertorio iconografico di grandi maestri dell’epoca, in particolare Fra Filippo Lippi (1406-1469) e Francesco di Stefano, detto il “Pesellino” (1422-1457).

Secondo alcuni studiosi andrebbe identificato in Piero di Lorenzo del Pratese, collaboratore del Pesellino. Altri hanno proposto, invece, il nome di Riccardo di Benedetto di Niccolò di ser Rucco da Rondinaia, menzionato in una lista di botteghe fiorentine del 1470 con il soprannome di “Riccardo delle Nostre Donne”. È tuttavia probabile che dietro lo pseudonimo di Pseudo Pier Francesco Fiorentino si celi in verità un’intera bottega e vari imitatori di modelli famosi di Filippo Lippi e del Pesellino.

La Madonna del Melograno costituisce un esempio di quei ‘colmi da camera’ che ebbero ampia diffusione nella seconda metà del Quattrocento. Trattasi di immagini d’iconografia mariana destinate alla devozione privata e collocate nelle dimore dei ceti borghesi e aristocratici. Il dipinto del museo eugubino si inserisce nell’ambito delle numerose varianti prodotte dal maestro e dalla sua bottega e tratte, con varie combinazioni, dal capolavoro di Fra Filippo Lippi raffigurante l’Adorazione del bambino, realizzato tra il 1458 e il 1460 per la cappella di Palazzo Medici a Firenze e oggi conservato alla Gemäldegallerie di Berlino.

L’elemento iconografico che dà il nome al dipinto, il melograno, ricorre spesso nelle raffigurazioni pittoriche sacre tra basso Medioevo e Rinascimento. Il valore simbolico del frutto ha radici molto antiche, che risalgono, nella cultura occidentale, all’antichità greca. Il melograno è infatti compare nel mito e nel culto di Demetra e Persefone, divinità connesse alla fertilità e alla sequenza vita/morte/rinascita. Il colore rosso del suo succo rimanda al sangue e alla futura morte e resurrezione del giovane Gesù, promessa, per i fedeli, di una vita ultraterrena.

Nella notte tra il 18 e il 19 marzo del 1979 la Madonna del Melograno venne sottratta dalla Pinacoteca. Secondo i resoconti dell’epoca, il ladro (o i ladri) si nascose su un su ballatoio esterno al momento della chiusura al pubblico; nella notte ebbe quindi modo di sottrarre indisturbato il dipinto dalla Pinacoteca, collocata al piano superiore del palazzo e di calarsi con una corda da scalatore al livello stradale (circa 30 m di dislivello!), dove uno o più complici dovevano essere appostati in auto per agevolare la fuga. Il museo era dotato di allarme ma purtroppo un malfunzionamento dell’impianto, che si protraeva da tempo, impedì di segnalare la presenza dei ladri all’interno della pinacoteca. Per le caratteristiche del crimine e per l’esclusivo coinvolgimento di una singola opera, è probabile che si sia trattato di un furto su commissione.

L’episodio fece molto scalpore e finì nella cronaca regionale e nazionale. Il Comando dei Carabinieri di Gubbio mise subito in moto le indagini ma le piste non portarono all’individuazione dei colpevoli né al ritrovamento della tavola. L’opera venne però inserita nel novero dei principali ‘ricercati’ dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, nato proprio 10 anni prima, ed è rimasta oggetto di indagine sino ad oggi attraverso anche un monitoraggio continuo del mercato antiquario.

Dopo 45 anni, nell’ottobre del 2024, il dipinto è stato ritrovato ad Imola dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio (sede di Bologna), che l’11 dicembre dello stesso anno lo ha restituito al Comune di Gubbio e al Museo Civico Palazzo dei Consoli.

Madonna del Melograno
particolare
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Particolare
Adorazione, 1459 ca.
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