La ruota del divenire: L’automacerazione come rivincita sul dolore

Il reperto raffigura il ciclo delle reincarnazioni dal quale l’essere umano, secondo i precetti dell’ascetismo orientale, deve liberarsi. Questa simbologia, che vuole esprimere l’idea di ascesa karmica, illustra sinteticamente le peculiarità, quanto le differenze, che intercorrono tra la filosofia occidentale, della quale siamo più avvezzi, e quella orientale. Solitamente tacciata di inconcludenza e carente rigore logico, la filosofia orientale, che in realtà si dirama in una pluralità di dottrine, ha, al contrario, influenzato molti pensatori che riteniamo affini al nostro modo di ragionare “all’occidentale”. Tra i tanti, citiamo Arthur Schopenhauer.

In primo luogo, nell’idea di ricorsività o circolarità della vita e della necessità di affrancarsi da essa, intravediamo l’abbozzo della teoria cosmologica attraverso la quale Schopenhauer formula la sua dottrina della volontà e, di riflesso, la nozione di persistenza del dolore.


“È vero che tutti desiderano essere redenti dallo stato del dolore e della morte: vorrebbero giungere, come si dice, all’eterna beatitudine, entrare nel regno dei cieli, solo però non con l’aiuto delle loro gambe; bensì vorrebbero esserci portati dal corso della natura. Ma ciò è impossibile. Perché la natura è solo l’immagine, l’ombra della nostra volontà. Perciò essa non ci lascerà invero mai cadere e divenire nulla, ma neanche ci potrà portare in alcun posto, se non sempre e solo nella natura.”

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione


Prendiamo come modello il buddhismo: il fine ultimo della dottrina è, dichiaratamente, quello di liberarsi dal ciclo della vita. L’anima dell’essere umano è obbligata a reincarnarsi infinitamente, partecipando, senza soluzione di continuità, al divenire della natura. Lo si nota anche nello scudo preso in esame, dove la forma circolare del reperto viene utilizzata per rappresentare le varie fasi della reincarnazione umana. Ciò che contraddistingue la filosofia orientale è non ritenere questo ciclo di reincarnazioni un elemento insopprimibile, inaccessibile al proposito umano, tantomeno di farne un aspetto positivo. Lo scopo delle filosofie orientali è, anzi, quello di sopravanzare il ciclo vitale, ascendendo a un piano più alto d’esistenza; in altre parole, di interrompere le reincarnazioni affinché l’anima, invece che ricalarsi nella natura, possa accedere alla divinità.

Ciò che alimenta le reincarnazioni, infatti, non è una legge naturale sulla quale non possiamo intervenire, bensì la nostra volontà di vivere: questa ha un certo grado di resistenza, respingendo, come qualunque meccanismo volto alla sopravvivenza, gli atti contrari al suo operato, ma non è impenetrabile. Il buddhismo poggia proprio su questo possibile sovvertimento della volontà d’autoconservazione. In questo senso, affrancarsi dal ciclo naturale consiste in un processo d’affievolimento progressivo della volontà, che infine perviene al suo annullamento. L’asceta orientale è, perciò, un essere umano che ha prevalso sui bisogni basilari del corpo, che diventa ossuto e deperito, e che vive nell’apatia fisica: non percepisce il dolore, né la necessità di alimentarsi; si rivolge alla vita con sguardo disinteressato e non è governato da alcun desiderio. Non vuole, perciò non soffre. Questa soppressione della volontà, detto altrimenti, consiste nell’automacerazione, ovvero nel graduale abbandono delle necessità basilari del corpo. Schopenhauer, come si vedrà, eredita totalmente questa convinzione misticheggiante, riplasmandola ricorrendo a nozioni e modalità di ragionamento affini a noi occidentali.


Secondo Schopenhauer, al di sotto del mondo fenomenico, ossia del mondo spaziotemporale che sperimentiamo coi sensi, che il filosofo reputa illusorio, soggiace la vera essenza della realtà, e cioè la volontà di vivere. Finché facciamo riferimento al mondo fenomenico, difatti, la nostra vita è limitata all’esperire il mondo esterno, rappresentandolo percettivamente con i nostri organi di senso: le immagini visive, le sensazioni tattili e uditive, quanto olfattive e gustative. Tuttavia, l’esistenza dell’essere umano non è circoscritta unicamente alla vita esteriore. La sua peculiarità è quella di vivere dal di dentro, ossia di possedere una vita interiore, non-rappresentativa ed introspettiva.

In questa dimensione interiore ogni esperienza esteriore è convertita in godimento o sofferenza, esperienze che scandiscono la nostra vita interna: quella molteplicità di percezioni viene appercepita (dal latino ‘perceptio, –onis’, col prefisso ‘-ad’, ossia ‘l’accorgersi di percepire, la percezione riflessiva’), ossia interiorizzata unitamente; infine, gli si conferisce un certo grado di piacere o dolore. L’acqua che beviamo, il cibo che assaporiamo, diventano il tramite del piacere; la loro assenza la causa del dolore.  L’essenza dell’essere umano è perciò la misura esatta della sua brama di ottenere ciò che gli procura piacere. Rispetto alla rappresentazione, che si volge all’esteriorità ed è incentrata sulla consapevolezza e la condotta volontaria, questa brama, che Schopenhauer chiama volontà di vivere, proviene dall’interno, è totalmente inconscia e, pertanto, precede le azioni volontarie: essa ci detta i comportamenti da assumere, poiché non è una volontà cosciente, bensì un impulso incontrollabile, un’energia aliena. La volontà di vivere, di conseguenza, è la reale causa delle nostre condotte, il motore inconscio che ci induce all’accoppiamento, all’alimentazione e ad eludere i pericoli; in altre parole, tale volontà vuole la vita incondizionatamente.


Ogni soddisfazione, o ciò che comunemente si chiama felicità, è propriamente ed essenzialmente sempre e solo negativa e assolutamente mai positiva. Essa non è un felicità che venga a noi originariamente e da sé, ma è sempre la soddisfazione di un desiderio. Giacché il desiderio, ossia la mancanza, è la condizione che precede ogni godimento. 

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà o rappresentazione


La volontà di vivere desidera, in sintesi, prolungare la vita senza compromessi. Per questa ragione, non tiene conto della nostra felicità; al contrario, il suo fine è la prosecuzione della specie, ossia il sostentamento del corpo allo scopo di generare altra vita, e così all’infinito; detto altrimenti, sostentare la vita e, da essa, produrne di nuova. Anteponendo l’autoconservazione  e la riproduzione alla serenità e alla felicità personale, la volontà camuffa il vero obbiettivo dei nostri desideri, inducendoci a credere che quelli che costituiscono semplici pretesti dell’operato umano siano, in realtà, i fini ultimi delle nostre azioni: l’amore, che è in verità lo strumento che ci motiva ad accoppiarci,  diventa il coronamento di ogni forma di relazione umana, la più alta e pura forma d’interazione sociale; parimenti il piacere del mangiare, che, da semplice mezzo per incentivare l’alimentazione, è considerato da gran parte degli esseri umani il fine ultimo del pasto, la meta del mangiare.

Questi piaceri fittizi, che ci spingono a vivere, tratteggiano la reale dimensione dell’esistenza: il dolore. Sebbene ogni desiderio, inverandosi, si tramuti in piacere, questo piacere rimane un avvenimento momentaneo e fugace, a cui seguiranno altri desideri inappagati. Volere, infatti, significa desiderare, e desiderare equivale a vivere uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa: quando ho sete, desidero dell’acqua, e la desidero nella misura in cui non ne dispongo nell’immediato. La vera cifra della volontà, in questa prospettiva, è l’assenza e il vuoto, ossia il senso di manchevolezza che dura finché il bisogno non viene soddisfatto.

Il piacere, insomma, consiste nella cessazione del dolore; al contrario, però, il dolore non è cessazione del piacere. Infatti, è possibile soffrire senza sperimentare il piacere, poiché, mentre il piacere è una meta da guadagnare e per cui prodigarsi, il dolore è un elemento costitutivo dell’esistenza, ossia la tensione perpetua prodotta dal volere. In questo senso, il piacere è un sotto-elemento derivativo e transitorio sotteso da un elemento durevole e costitutivo. Infatti, il piacere non può cancellare del tutto la tensione che provoca dolore, poiché senza quella tensione non sussistono desideri da soddisfare e per ciò stesso il godimento. Quando siamo affamati e ci sfamiamo, il godimento che sperimentiamo è il cessare della fame, ossia lo scaricarsi di una tensione dolorosa precedente, la quale può perdurare all’infinito: quella tensione è prodotta dalla volontà, mentre l’appagamento è un risultato della nostra azione. Se il piacere cancellasse il dolore, ne verrebbe meno il piacere stesso, perché senza la sofferenza derivante da un desiderio inappagato non si può godere per il suo appagamento.

Schopenhauer conclude che, essendo l’essenza della realtà la volontà e questa la causa del dolore, la vita è sostanzialmente dolore perpetuo. Risultato che ammette essere in linea con quello del brahmanesimo e del buddhismo, come, in una certa misura, con quello del cristianesimo, il quale, tuttavia, non fa discendere il dolore (o la colpa) dall’esistenza stessa, bensì dal peccato commesso dalla prima coppia umana. Per risolvere questo stato interminabile di sofferenza, il filosofo approda a una soluzione sovrapponibile a quella dell’ascetismo orientale: l’ascesi. Secondo Schopenhauer, infatti, il suicidio non è una strada percorribile, in quanto suicidarsi è un atto di amore verso la vita, ovvero un’azione, ancora, dettata dalla volontà. Colui che si uccide desidera la vita, o, per meglio dire, una vita migliore, la quale gli è inaccessibile. Rinuncia a quella che possiede unicamente perché non è come desidera, non per vincere la volontà.

Lo scopo dell’ascesi schopenhaueriana, per ciò stesso, è quello di affievolire, a poco a poco, la volontà, proposito che si sposa con un compito universale. Difatti, la volontà di vivere non è la volontà individuale; non è, in altri termini, volontà di qualcosa o qualcuno. La volontà di vivere è unica e indivisa, in quanto avulsa dal principio d’individuazione (da principium individuationis, principio secondo il quale un dato ente è distinto da un altro mediante la sua individualità, ossia in virtù degli attributi che lo caratterizzano), che è prettamente fenomenico. Se la volontà è una, mentre gli esseri umano molti, ne consegue che è sufficiente che un singolo soggetto si affranchi dalla volontà per vincerla universalmente.

Risultando in gran parte congruente all’esito delle riflessioni di Schopenhauer, l’automacerazione ascetica, come l’orizzonte di pensiero entro il quale si colloca, avvicina considerevolmente la filosofia orientale e quella occidentale, facendo del proposito primo della filosofia, ovvero vincere l’infelicità e il dolore, una meta comune dell’umanità tutta.

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