La disputa sull’Immacolata Concezione: la nozione cristiana di carne

Gran parte delle questioni teologiche medievali riguardavano il concetto di carne. La congiunzione di spirito e materia, che è alla base dell’antropologia cristiana, è stata in effetti il teatro di molteplici dispute, dovute perlopiù al netto antagonismo che la morale cristiana interpose tra il corpo umano e la sua anima. Tuttavia, il forte connotato escatologico a fondamento della teologia cristiana, privilegiando l’aldilà a discapito dell’aldiquà, ha, nella maggioranza dei casi, anteposto il secondo elemento al primo. Questa nuova prospettiva sancisce anche il passaggio dal concetto di carne romano a quello cristiano: da elemento irrinunciabile, espressione di forza e virilità, la carne diviene il pervertimento dell’intima natura umana, il vero freno alla piena realizzazione spirituale.

Questa stigmatizzazione della carnalità la si nota nell’opera di Francesco Signorelli, La disputa sull’Immacolata Concezione. L’opera rappresenta, in una sintesi figurativa, la disputa, che occupò parte della teologia medievale, sul concepimento di Maria. In particolare, la controversia si giocava tra due schieramenti: il primo, detto dei maculisti, sosteneva che Maria era stata generata dalla madre come ogni altro essere umano, ossia come portatrice del peccato originale; il secondo, quello degli immaculisti, ribatteva affermando che Maria, in quanto generatrice del Cristo, doveva essere esente dal peccato originale, il quale, altrimenti, si sarebbe trasferito nel figlio. In altre parole, la disputa era imperniata sulla preservazione o meno di Maria dal peccato originale. Per dirimere la questione interverrà il pronunciamento del pontificato, che conferirà all’Immacolata Concezione lo statuto di dogma. Reca questo significato il simbolismo dell’opera, che raffigura la Maria Vergine schiacciare la serpe, a simboleggiare il suo prevalere sulla contaminazione del peccato originale.

La disputa in questione derivava dalle problematiche che la carne ha sempre prodotto nella dottrina cristiana. A partire dal peccato originale, possedere un corpo, per un cristiano, equivaleva a pagare per la violazione commessa da Adamo ed Eva, la quale si articolava in due aspetti: la mortalità della carne e l’ereditarietà della colpa e della corruzione carnale. Il corpo muore e deperisce per la ragione che è contaminato dal peccato. Tuttavia, se la questione fosse riassumibile unicamente in questo punto, il peccato si dissolverebbe alla morte del portatore. Ma la punizione inflitta da Dio a Adamo ed Eva non è unicamente attribuita a loro, come attori diretti di quel peccato, bensì all’umanità tutta: il peccato si trasferisce di corpo in corpo attraverso il concepimento e, poi, il parto, ossia attraverso la gravidanza della donna, che funge da tramite. Come scrisse Schopenhauer, sebbene la colpa cristiana stia nell’agire, la radice di essa sta nella nostra essenza. Ne consegue, che questa catena di contaminazioni è potenzialmente interminabile. Pertanto, anche Maria dovrebbe essere portatrice del peccato e, per diretta conseguenza, anche il Cristo. La questione sull’Immacolata Concezione, raffigurata nell’opera di Signorelli, ne richiama perciò un’altra, e cioè quella del Concepimento verginale di Cristo; anzi, si potrebbe affermare che l’Immacolata Concezione riveste un’importanza cruciale proprio come precondizione della dottrina del Concepimento verginale di Cristo.


“Vi prego di dirmi: se lo Spirito di Dio non è disceso nel grembo di Maria per assumerne la carne dal grembo (…) si è introdotto senza motivo là da dove non ha portato fuori nulla?”

“Cristo non è nato solo attraverso la Vergine, ma dalla Vergine”

Tertulliano, La carne di Cristo



A questo proposito, tra i maggiori teorici del rapporto tra Dio e la carne si distingue Tertulliano (160 d.C. – 240 d.C.), il quale, in controtendenza ad alcune narrazioni cristiane, tentò di formulare una teoria del rapporto corpo-Verbo che non si riducesse, semplicemente, a favorire un elemento a discapito dell’altro. Secondo Tertulliano, il Cristo non simboleggia meramente il Verbo divino, bensì, in accordo alla portata del suo messaggio salvifico, lo spirito divino fattosi carne, ossia incarnato. Per ciò stesso, è necessario che nel Cristo permanga una parte di umanità e che, di conseguenza, il parto sia fisicamente riscontrabile in Maria.

Nell’opera La carne di Cristo, Tertulliano affronta proprio questo tema. Il fine dell’opera, tuttavia, non è semplicemente quello di evidenziare l’importanza cruciale della carnalità di Gesù, bensì confutare alcune eresie cristologiche, in particolare il docetismo. Secondo il docetismo, la carne di Cristo non è reale, bensì apparente o, come asseriscono talvolta i docetisti, spirituale. La ragione di questa vanificazione oppure mistificazione della carne è da ricerca nella sua dignità, che nella religione cristiana era piuttosto esigua: come può il Figlio di Dio essere composto di materia, se questa è indegna del Padre? La contro-argomentazione di Tertulliano muove perciò da due premesse, l’una soteriologica (da soteriologia, a sua volta mutuata dal greco soteria ‘salvezza’, più –logia ‘discorso’, ossia ‘dottrina della salvezza’), l’altra prettamente filosofico-teologica.

In primo luogo, il messaggio salvifico veicolato da Cristo esiste unicamente in relazione alla sua carnalità; vale a dire, che se Cristo non avesse assunto un’esistenza carnale ne sarebbe venuta meno la sua morte e, pertanto, il portato salvifico del suo sacrificio, quanto il significato giocato dalla sua resurrezione. Trasformare la carne di Cristo in carne apparente equivale, in ultimo, a disattendere i presupposti della Redenzione.

In secondo luogo, le formulazioni docetiste negano l’onnipotenza divina. Posta una divinità onnipotente ed onnisciente, inserita questa in un contesto creazionista, che reputa la produzione della materia ex nihilo (locuzione latina che significa ‘dal nulla’, ossia senza la preesistenza di qualcosa), risulterebbe aporetico (dal greco aporia ‘difficoltà, incertezza’; si utilizza per indicare ragionamenti che risolvono dei problemi muovendo da premesse contraddittorie) considerare la materia come inaccessibile al volere divino. Questa assunzione docetista inficerebbe alla base il creazionismo cristiano, il quale risolve il dualismo spirito-materia nell’unità di Dio, sostituendo ad esso un dualismo dai poli inconciliabili: se Dio non può disporre della materia a suo piacimento, ne consegue che essa non è un suo prodotto, poiché è impensabile che Dio, onnipotente, generi qualcosa su cui la sua potenza non può fare presa; perciò, la materia starebbe di contro a Dio come un polo di sua pari dignità, riconducendo la sua onnipotenza a un orizzonte operativo più ristretto, ossia a una potenza locale, applicabile unicamente allo spirito. Alla convinzione della carne apparente di Cristo segue una teologia che si precluderebbe la possibilità di trattare l’onnipotenza divina in quanto tale.

Le tesi di Tertulliano confluiscono, pertanto, nella sua mariologia (una parte della teologia cattolica finalizzata a trattare il ruolo di Maria nella Redenzione), persuadendolo a fare del Concepimento verginale di Cristo qualcosa di ben diverso da ciò che è ora, alla luce del dogma cristiano. Come stabilito a Costantinopoli, la verginità di Maria è perpetua. Ciò vuol dire che la verginità di Maria si prolunga dal concepimento di Cristo sino al resto della sua esistenza, abbracciando anche il parto; in questo senso, Maria partorisce Cristo mediante un intervento soprannaturale, senza che nulla del suo corpo sia soggetto ad alterazioni anatomiche. Di contro, Tertulliano opta per una teoria ibrida: Cristo ha preso forma nel grembo di Maria, divenendo carne senza l’apporto del seme maschile, e perciò la madre è vergine al momento del concepimento e lungo la gravidanza; tuttavia, per conservare l’umanità di Cristo, occorre negare la verginità di Maria nel parto. La nascita di Cristo è umana, e ciò esige l’apertura del grembo di Maria e la rinuncia alla sua verginità fisica, che fa da contraltare alla sua verginità spirituale.


“Riconosciamo dunque come segno di contraddizione il concepimento e il parto della vergine Maria, al proposito del quale questi Accademici dicono: ‘Ha partorito e non ha partorito, è vergine e non è vergine’; come se, anche qualora bisognasse dirlo, non fosse più opportuno che lo dicessimo noi. Infatti ha partorito poiché Cristo proviene dalla sua carne, e non ha partorito poiché non ha concepito in forza del seme d’uomo; è vergine quanto all’uomo, non è vergine quanto al parto.”

Tertulliano, La carne di Cristo


Le tesi di Tertulliano stanno, ora, a ricordarci le innumerevoli dispute che hanno costellato l’edificazione della teologia ufficiale cristiana e la natura dei suoi dogmi: umana, poiché frutto d’interpretazione. Al netto degli sviluppi successivi a Tertulliano, che interesseranno la teologia cristiana, quanto le sue forme “razionalizzate” lungo la storia della filosofia, il sentimento generale attorno al rapporto anima-corpo declinerà in una svalutazione del secondo aspetto. Menzione particolare spetta alla filosofia di Georg W. Friedrich Hegel (1770-1831), che farà del corpo, e in termini generalissimi della materia, un epifenomeno (composto di epi ‘in aggiunta a’, più fenomeno, ossia ‘fenomeno accessorio, collaterale o secondario’) dello Spirito. Proprio in relazione a questo sentimento cristiano trasfigurato sotto forma filosofica, pensatori quali Ludwig Feuerbach e Karl Marx si riferiranno all’hegelismo come ad una “teologia mascherata”.