Il mito di Pico, Canente e Circe nel racconto ovidiano

di Giulia Biagioli, III ALC del Liceo G. Mazzatinti di Gubbio

Nel XV secolo, la ceramica eugubina, con l’importazione della tecnica del lustro, la quale donava alla ceramica un aspetto simile al metallo prezioso, si eleva a livello internazionale, grazie soprattutto alle opere prodotte da Mastro Giorgio Andreoli, un importante artigiano e artista italiano che operò negli anni Ottanta del Quattrocento. La produzione di Mastro Giorgio fu contraddistinta dalla maiolica istoriata, all’interno della quale l’artista raffigurava scene di carattere mitologico, religioso, allegorico e storico. In questo orizzonte rientra il piatto narrante il mito di Canente, conservato nel Museo Civico del Palazzo dei Consoli di Gubbio.


Il mito narra del giovane Pico, figlio di Saturno e dotato di una bellezza tale da ammaliare chiunque. Tuttavia, Pico rifiutava tutte le ammiratrici tranne una, di nome Canente, figlia di Venilia e Giano. Canente era una ninfa di rara bellezza ed era talentuosissima nel canto.

Dopo le loro nozze, mentre Canente cantava, Pico uscì con i suoi compagni a caccia di cinghiali e si diresse verso le selve del Lazio, dove si trovava anche la figlia del Sole, Circe. Quest’ultima, nel vedere lo splendido volto di Pico, ne rimase ammaliata; prese perciò la forma di un cinghiale (come si nota nella raffigurazione del piatto) e passò di corsa davanti agli occhi del ragazzo: così facendo, riuscì a condurlo dove la vegetazione è più fitta, oscurando la vista ai suoi compagni, avvolti da una fitta nebbia. Pico, sceso dal cavallo per inseguire il cinghiale, incontrò invece Circe, la quale gli dichiaro il suo amore. Il giovane, però, non ricambiando l’affetto che Circe aveva nei suoi confronti, respinse amaramente la dea. Circe offesa e adirata trasformò Pico in un uccello. La medesima sorte capitò anche ai compagni, i quali, nel cercare Pico, accusarono e minacciarono Circe con le armi. Così la dea, sfiorando i loro volti con una bacchetta avvelenata, li tramutò in bestie d’ogni specie.

Canente, ferita e afflitta, pianse disperatamente, tanto da vagare per sei giorni e sei notti  per i campi del Lazio senza mangiare e senza dormire; arrivata all’estremo delle sue forze si accasciò sulla riva del Tevere e intonò un canto di dolore. Consumata dalla disperazione, il suo corpo svanì e non rimase di lei che la voce. Il suo ricordo rimase strettamente legato a quel luogo, tanto che prese il nome di Canente.

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