Antichi rimedi nella sezione ceramica del Museo Civico

Versatori, albarelli, pillolieri, crogiuoli e duomi d’alambicco caratterizzano la raccolta di vasellame farmaceutico del Museo Civico di Palazzo dei Consoli. Le varie forme di queste ceramiche e soprattutto i cartigli indicanti il nome dei prodotti un tempo conservati all’interno, evocano il fascino dell’antica arte degli speziali, guidandoci idealmente nelle botteghe di un tempo, tra gli scaffali dove si conservavano i semplici (semi, radici e foglie di singole piante medicinali, oli essenziali estratti da singole piante, minerali polverizzati) e i composti (preparazioni medicamentose, miscele di oli essenziali per realizzare unguenti e profumi per la persona e anche aromi per la cucina). Nelle spezierie si tramandava il sapere degli antichi trattati e delle farmacopee, i medicamenti erano per lo più a base di erbe ma anche di terre, sterchi e sostanze animali.

Ecco quindi che tra i vasi esposti troviamo quelli per le bacche di ginepro, la polvere di valeriana ma anche per contenuti dal nome veramente bizzarro come le unghia d’alce, antico rimedio per l’epilessia utilizzato come amuleto da portare addosso. Non poteva di certo mancare il vaso per la Teriaca o Triaca, antichissimo preparato dalle virtù miracolose presente anche nei trattati di Galeno e nella medicina araba. Inizialmente pensata come antidoto al veleno di vipera, divenne ben presto la panacea per tutti i mali. I due centri di maggior produzione in Europa furono Venezia e Bologna che garantirono all’Italia il monopolio. La ricetta si è arricchita nel corso del tempo, mescolando, a seconda dei luoghi e delle possibilità, più di cinquanta ingredienti di origine vegetale e animale, addirittura la polvere di mummia. Miele e spezie garantivano un sapore accettabile al preparato che richiedeva un lungo processo di fermentazione.

Nell’armadio dello speziale trovavano posto anche molti estratti tossici come Cicuta, Belladonna, Oppio e Digitale, i quali, dosati con accuratezza, consentivano di produrre medicamenti salutari. Per la loro letalità venivano conservati sotto chiave in vasi indicanti, oltre al nome, simboli di morte come il teschio o il serpente. Del resto, in origine, la parola stessa “farmaco”, derivante dal greco “pharmacon”, significava proprio “veleno”.

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